Social-Day

Non è una scuola quella dove non c’è utopia al lavoro.Il Social day dei giovani in azione tra scuola, territorio, mondo

Da Animazione Sociale n. 313
Scritto da Marco Lo Giudice, Riccardo Nardelli

I banchi radunati al centro della classe, come un grande tavolo quadrato, le sedie attorno, i docenti scrutano un ordine del giorno pieno, si andrà ben oltre l’orario previsto, forse si farà sera. C’è chi sbadiglia, chi corregge compiti, chi risponde a una telefonata. È il momento di accordarsi sulle attività extra-curricolari della classe: gite, progetti, iniziative. Ed ecco, una voce sentenzia gelida: «Questa classe fa già troppe cose, non c’è spazio per il Social day», qualcuno annuisce, qualcun altro tace contrariato, e si prosegue pertanto con il punto successivo. È vero. Nella scuola dei soli risultati, del futuro calcolato, del rischio minimo, per il Social day non può esserci spazio. In questa scuola, l’utopia non ha posto. Eppure, in educazione, non c’è niente di più serio dell’utopia. Niente che richieda tanto spazio quanto l’utopia. Vedere qui, ora quel che ancora non c’è, e agire di conseguenza, è un gesto rivoluzionario, rivoluzione che si fa educazione e che segna l’esistenza in un orizzonte di senso.

La possibilità di sporcarsi le mani per occuparsi del mondo

La sfida del Social day comincia da lontano, mezzo secolo fa, dalla nostalgia e dalla riconoscenza per un gigante d’Europa, Dag Hammarskjöld. All’indomani della sua morte improvvisa nei cieli africani, in un incidente aereo le cui cause non saranno mai del tutto chiarite, un gruppo di giovani delle scuole superiori svedesi decide di istituire una giornata a lui dedicata per raccogliere fondi da destinare ai Sud del mondo.
Seguendo uno sviluppo carsico, discontinuo, per certi versi fortuito e casuale lungo tutta Europa, nel 2007 questa esperienza approda a Bassano del Grappa, e in dieci anni coinvolge la provincia vicentina e altri territori in Veneto, Lombardia, Toscana e Trentino. Nel 2017 partecipano al Social day quasi 10.000 studenti con un raccolta fondi di circa 90.000 euro.

Un processo intenso di cittadinanza attiva

L’algoritmo è semplice: in una giornata scolastica di primavera, dal forte valore simbolico – il Social day, appunto – migliaia di bambini, ragazzi e giovani sono coinvolti in un’attività «retribuita» il cui guadagno andrà a finanziare dei progetti di cooperazione internazionale e solidarietà. I lavori possibili sono tanti quanti sono i ragazzi coinvolti: dall’orto del vicino, alla fabbrica dello zio; dal negozio del centro, alla propria parrocchia; dalla fioreria al supermercato; dall’inserimento dati alla mungitura del latte.
La costruzione di questa giornata diventa un processo intenso di cittadinanza attiva, attraverso il quale i giovani – durante la scuola – possono vivere momenti formativi sui temi dei diritti, della pace e della giustizia, e sperimentare la possibilità di farsi portavoce dei loro pari, coinvolgendoli e formandoli a loro volta. La finalità intrinseca del Social day è, quindi, raccogliere fondi da destinare a progetti di cooperazione; ma è anche – verrebbe da dire soprattutto – promuovere, in una giornata simbolica, l’azione di una città sensibile in cui le giovani generazioni «chiamano» il territorio ad attivarsi in iniziative solidali, attraverso modalità ispirate allo sporcarsi le mani e al fare insieme.

Il giorno di chi crede che si possa cambiare il mondo

“È un concetto di giustizia. La ricchezza nel mondo è mal distribuita per cui in realtà
quando noi facciamo del bene, non siamo migliori di altre persone, semplicemente
stiamo facendo il giusto, stiamo cercando di equilibrare la ricchezza”.
(Stefano)

Chi partecipa al Social day, chi vive il lungo processo che conduce alla giornata d’azione, vuole cambiare il mondo. Anzi, crede che si possa cambiare il mondo. Ecco, non si può raccontare il Social day se non si tenta di comprendere a fondo che cosa implichi questa convinzione nei giovani coinvolti. Una convinzione che nasce necessariamente da un passo iniziale, da un cominciamento, con il quale si chiede ai ragazzi una profonda presa di coscienza rispetto alla «condizione universale del mondo».
Non è scontato, e non è facile, avviare il Social day da un’istantanea del contemporaneo che non sia già interessata a produrre una volontà di cambiamento e trasformazione. Difficile attestare il fallimento del liberalismo, la crescita di ingiustizie e disuguaglianze, la promessa di libertà – cuore del pensiero moderno – tradita a Sud dell’occidente, il divario tra pochi che hanno tanto e un’infinità che vive con nulla; difficile condividere un drammatico fallimento di almeno tre generazioni con l’ultima di queste, nata nel nuovo millennio, innocente e oppressa da un presente senza futuro.

Il mondo cambia cambiando le regole qui e ora

A questo passo necessario, segue l’invito a cambiare il mondo, a cambiarne le regole, riconoscendo il fallimento di quelle che l’hanno condotto fin qui. Cambiare le regole, perché non piacciono, perché sono vecchie, perché raccontano di un mondo che non ci appartiene, perché non liberano futuro. Cambiarle subito, con la consapevolezza di avviare un processo prendendovi parte fin dall’inizio.
Un invito a un salto folle, paradossale, come Morpheus chiede a Neo in Matrix , ma possibile.
Il presupposto etico del Social day è la possibilità, che l’antropologo Arjun Appadurai contrappone alla probabilità (4), in una sottigliezza che produce uno scarto di speranza, che libera immaginario, genera futuro, nutre la capacità di aspirare. Il mondo cambierà? Improbabile, forse, ma possibile. In questa domanda c’è la prima mano tesa ai ragazzi: la disponibilità a crederci, a mettere a dura prova il disincanto e la disillusione del mondo adulto, a tenere a bada le convinzioni socio-politiche, e a immaginare il cambiamento possibile.

Il Social day è un’utopia che diventa realtà. Potrebbe sembrare un controsenso ma
lo è. Noi giovani siamo spesso attratti dall’impossibile e forse questo è il motivo
per cui un progetto del genere ci attira tanto.
(Giada)

È un registro nuovo, un linguaggio della possibilità che non appartiene al quotidiano dei banchi, delle aule, delle classi, dei voti, e perciò già potente, immediato, nuovo. Ma che richiede immediatamente un aggancio incontrovertibile con il reale: ok, ci stiamo – dicono i ragazzi – ma vogliamo le prove. Perché è possibile, questo cambiamento? O diversamente: che cosa rende possibile il Social day?

Azioni che danno sostanza alla consapevolezza

L’impalcatura del Social day si salda su alcune azioni. È bene cominciare da qui per comprendere come un giovane si possa sentire agente (attore) di cambiamento. Come si vedrà qualche riga più avanti, la pedagogia del fare qui abbraccia la pedagogia dell’agire, scavando più a fondo nei gradi di consapevolezza dei giovani partecipanti.

“Noi siamo un gruppo più ristretto composto da referenti di tutte le scuole, in pratica
coordiniamo a livello generale quello che poi si fa all’interno delle scuole. Siamo
dietro le quinte di tutti gli appuntamenti pubblici del Social day: la giornata di presentazione
dei progetti, la giornata d’azione, la conferenza stampa, l’evento finale. Ci
troviamo ogni due settimane e, se necessario, anche una volta a settimana. Siamo
un gruppo, quindi le responsabilità sono distribuite, c’è un bel lavoro di squadra”.
(Andrea)

Con il Social day non si fa solamente, si agisce: a partire da una prima fase di formazione e informazione sui temi della cittadinanza attiva, della pace e della giustizia – affiancata a momenti di coinvolgimento della cittadinanza attraverso incontri, seminari, convegni, contatti diretti – i giovani interessati a curare l’intero processo del Social day proseguono con le due fasi cruciali, nelle quali il loro coinvolgimento è profondo , reale, si potrebbe dire necessario alla riuscita stessa dell’iniziativa.

L’organizzazione della giornata d’azione

In queste due fasi – l’organizzazione complessiva della giornata d’azione e la scelta dei progetti da finanziare con i fondi raccolti – i ragazzi sono affiancati dagli operatori locali del Social day, giovani adulti con l’obiettivo preciso di incentivare anche nel singolo dettaglio la presenza degli studenti.
Per quanto riguarda l’organizzazione della giornata d’azione, i giovani curano con grande attenzione tutte le questioni logistiche e burocratiche sottese al progetto: la promozione e la sensibilizzazione dell’iniziativa, la formazione per i propri compagni e compagne partecipanti sui temi fondanti il Social day, l’affiancamento ai loro compagni nella individuazione dell’attività da svolgere, personalmente o di gruppo, la registrazione e l’archiviazione delle iscrizioni, la raccolta dei fondi inviati o consegnati ai ragazzi.

La discussione intorno alla scelta dei progetti da finanziare

La scelta dei progetti si concentra invece nei primi mesi dell’anno ed è davvero un momento determinante in tutto il percorso vissuto dai ragazzi: è qui che avviene un incrocio virtuoso di sperimentazione democratica e acquisizione di competenze valutative che guardano con attenzione alla qualità, tenendo a un piano inferiore la quantità. In un momento piuttosto sentito – coordinato dai ragazzi – vengono invitati tutti i referenti delle associazioni che, qualche mese prima, hanno partecipato al bando per accedere ai fondi raccolti con il Social day.
I referenti hanno la possibilità di esporre gli obiettivi del progetto in un tempo rigorosamente uguale per tutti e di soddisfare successivamente, in un momento più informale, le varie curiosità raccolte dai ragazzi. Terminata l’audizione, i ragazzi si ritrovano per scegliere i progetti da finanziare. Con alcuni criteri condivisi in precedenza, la scelta avviene secondo il metodo del consenso: niente voti per alzate di mano, ma un dibattito – anche molto lungo, se necessario – che cerca di dare voce alle opinioni, di trovare i punti di convergenza e di giungere così a una decisione collettiva. Nelle giovani generazioni c’è un rispetto per i processi democratici molto più alto di quanto pensiamo.
Prima, durante e dopo queste due fasi, i giovani hanno l’occasione inoltre di partecipare agli incontri di Network team (giovani rappresentanti di tutte le aree del Social day), al meeting nazionale (momento «assembleare» del Network) e alla General assembly di Same (che sta per «Solidarity action-day movement in Europe», il movimento che raduna i Social day d’Europa).

Il fare qui e ora per agire altrove nel mondo

Questo coinvolgimento «necessario» si colloca in un orizzonte di senso che tenta di sradicare la solidarietà dalla beneficenza, rifondandola nella reciprocità e in questa precisa e concreta attivazione individuale e collettiva: nella percezione del cambiamento impossibile, o possibile soltanto con meccanismi distruttivi (dell’altro e dell’istituzione), si tenta l’innesto di un’azione che sia di tutti e per questo capace di trasformare. Dalla realtà che ci circonda («l’orto del vicino» da cui cominciare non è mai stata un’immagine così letterale!) fino al mondo intero, producendo cambiamento a decine di migliaia di chilometri. Una possibilità magnetica per le giovani generazioni: fare qui per agire altrove per cambiare il mondo. Un futuro immaginato, «aspirato» qui e ora, che inonda di senso la mia piccola azione quotidiana.

“Quando ce lo hanno esposto e ci hanno fatto vedere il video di promozione, mi sono
stupito del silenzio che c’era, perché non c’è mai stato un silenzio così a scuola da noi”.
(Tobia)

In questa direzione, nel Social day la dimensione formativa è legata a doppio filo con il grado di coinvolgimento attivo: se da un lato l’azione di quel giorno – scomposta in ventimila mani tra badili, scope, pennelli, sacchi, rastrelli – e l’azione di chi realizzerà i progetti finanziati donano realtà al sogno, all’utopia, alla speranza immaginate negli incontri preparatori, dall’altro proprio questo scarto culturale maturato nelle parole e nei pensieri dà radici a quel semplice fare.
È un legame che non si può scindere, sono due pratiche assolutamente complementari; i giovani hanno bisogno di sporcarsi le mani e aprire le menti, una congiunzione che racchiude tutto il senso pedagogico del Social day. Una formazione votata all’agire si colloca giocoforza in un nuovo modo di apprendere e al contempo produrre conoscenza: siamo distanti da una visione economicista e contabile dell’apprendimento, dove una serie di contenuti possono essere travasati da una mente all’altra. Il tentativo è di conoscere il mondo, ascoltarne le voci, raccogliere un pensiero collettivo e restituirlo al mondo con l’azione. È probabilmente quella che Edgar Morin ha definito identità terrestre: «Un pensiero policentrico capace di tendere all’universalismo non astratto, ma consapevole dell’unità/diversità umana… nutrito dalle culture del mondo».

Il giocarsi in prima persona nell’ impegno e nel conflitto

Non si fa, si agisce, quindi. E nell’agire l’adolescente conosce e vive due dimensioni centrali, potenti, eppure così difficili da incontrare oggi nei percorsi didattici e formativi di un ragazzo: l’impegno e il conflitto.
L’impegno è l’arte di lasciare un pezzettino di sé in pegno nel mondo, una parte di quel che siamo, di quel che pensiamo e di quel che facciamo. Mi impegno e perciò lascio traccia del mio passaggio, sento il piede affondare nel solco di chi prova strade nuove. L’impegno ha a che fare con la mia capacità generativa di seminare per chi verrà.
Dall’altro versante, il conflitto – spesso attutito dalle procedure e burocrazie dell’istituzione scolastica – è il ritmo della crescita. Di conflitti il Social day ne conosce tanti, con i docenti, con gli adulti, con le istituzioni politiche, scolastiche, con gli amministratori, e per nessuno di questi è prevista la mediazione di una figura adulta, ma in qualche modo si tenta di coglierne il valore pedagogico e – anche qui – generativo che rende possibile, senza vincitori né vinti, quella «riorganizzazione contingente che ogni relazione ci offre. In ogni incontro e nella relazione che lo sostiene è possibile infatti prestare attenzione alla discontinuità che si apre ad ogni scambio» .

Il pragmatismo dei numeri e l’idealità delle scelte

“Ovviamente è una soddisfazione vedere i numeri del Social day crescere, ma la cosa
che ha sempre contraddistinto le nostre scelte è la ricerca della qualità prima della
quantità: a un’espansione incontrollata ed esponenziale (di cui pure il progetto ha
potenzialità), abbiamo sempre preferito la forte aderenza ai valori, seppur questa
scelta abbia comportato una diffusione più graduale”.
(Silvia)

La correlazione irrinunciabile tra pensare e fare, enucleata dall’agire, è certamente  alla base del patto al quale corrispondono i giovani partecipanti. Da una partela presenza di un fine importante, alto, ambizioso: «fare la cosa giusta» ovvero contribuire a «cambiare le regole» a livello globale, a mettere in discussione le diseguaglianze, impegnandosi nel sostegno della cooperazione internazionale e dello sviluppo locale. Dall’altra la possibilità che questa forma di impegno si traduca in qualcosa di misurabile e riscontrabile.
Il Social day – non va dimenticato – è una raccolta fondi: le donazioni ricevute possono fare la differenza ai singoli progetti finanziati, l’aumento di partecipanti significa la possibilità di sostenere un maggior numero di azioni nel Sud del mondo, il tam tam informativo può essere generatore di nuovi interessi da altri territori, e perciò di nuove partecipazioni e altri fondi. Insomma: i numeri contano, eccome.
I numeri sono importanti, altroché. E i giovani coinvolti ne sono profondamente consapevoli. Questa sensibilità particolarmente vicina a loro (perché di questo tempo, così irrimediabilmente legato ai numeri: sondaggi, statistiche, numeri di like, di views, numeri che si sproporzionano, tra stipendi e mutui a sei zeri, numeri nei voti, nei crediti formativi, numeri per scegliere, per decidere, per votare) viene improvvisamente compresa, risignificata e restituita da loro al mondo in una connessione interessante tra pragmatismo e idealità, tra etica e concretezza.

La tensione forte a includere, incrementare, partecipare

I destinatari del Social day – inteso come processo partecipativo di chiamata all’azione – sono giovani di un’età compresa tra i 6 e i 19 anni, appartenenti alle scuole di ogni ordine e grado della provincia di Vicenza e di altre province venete ed italiane.
I più piccoli (scuole primarie e medie inferiori) partecipano per classe (con insegnante), affiancati a un’associazione del territorio, i più grandi partecipano in piena autonomia, individuando loro stessi l’attività da svolgere. Tra i più grandi, dai 16 ai 19 anni, alcuni vengono coinvolti anche in tutto il percorso organizzativo, vivendo un’esperienza di partecipazione piuttosto impegnativa, da novembre a maggio: sono loro a entrare nelle due fasi cruciali descritte sopra, l’allestimento di tutto ciò che concerne la giornata d’azione e la scelta dei progetti da finanziare.
Uno stile di lavoro partecipativo a più livelli, quindi, «incrementale, per piccoli gruppi, capace di generare forme altre rispetto a modalità illuministico-paternalistiche (cfr. chiamate a raccolta dei principali portatori di interesse per discutere di problemi già definiti altrove) o a modalità speculari di tipo assemblearista (dove il mito dell’assemblea sovrana finisce spesso per condurre a decisioni elitarie)».

“La partecipazione all’interno del progetto è concentrica e riesce a formare e a
coinvolgere i giovani e il territorio a livelli diversi di profondità: uno studente può
semplicemente partecipare alla giornata di azione o prendere parte a tutto il processo
organizzativo; un’azienda o un cittadino possono offrire posti di lavoro o conoscere
il progetto incontrando casualmente gli studenti mentre stanno lavorando.
Eppure,anche chi è solo sfiorato dal progetto viene contaminato dagli ideali di solidarietà,
cooperazione e cittadinanza attiva”.
(Maria)

La fecondità del permearsi tra cerchi concentrici

L’idea è che tutti possano fare il Social day, chi partecipando attivamente al percorso formativo e organizzativo, chi sostenendo lo staff scolastico incaricato di portarlo avanti nella propria scuola, chi semplicemente aderendo alla giornata d’azione, in un’intensità che può variare e contagiare in maniera diversa e producendo un impatto a sua volta multiplo: l’impatto effettivo e riscontrabile sui micro-progetti di cooperazione internazionale; l’impatto sulla popolazione studentesca che si informa e partecipa; l’impatto sulla comunità locale destinataria e promotrice, perché accoglie, riceve e promuove l’impegno dei partecipanti.
Questi gradi differenti di partecipazione e di impatto della stessa, che tengono insieme senza scollare, sono la sorpresa più grande per i ragazzi: esiste la possibilità di un’azione efficace che lasci il segno, a cerchi concentrici, nelle biografie individuali, nei contesti scolastici, nel territorio e in un angolo di mondo. Io, il mio mondo, un frammento di altro mondo, il mondo intero, fuori da verticismi e forzature rappresentative: due tentazioni di un passato sempre più lontano e sempre meno adeguate a leggere le modalità d’impegno dell’universo giovanile. Nel Social day il vertice non è sulla punta di una piramide ma al centro di una serie di cerchi che si permeano l’un l’altro, in continua osmosi. E chi sta al centro non necessariamente «rappresenta» gli altri, ma porta «in pegno» se stesso – la sua storia, il suo stile, le sue istanze – in una sfida collettiva, con obiettivi alti e strumenti concreti.
È una strada nuova, ancora da comprendere a fondo, dove la non rappresentatività non si trasforma in distanza elitaria dalla base (un’equazione alla quale spesso si riduce la percezione del fare politica attuale) ma rimane un processo fortemente inclusivo, seppur con accenti e sfumature differenti. Una strada senza appartenenze, manifestazioni di piazza, mobilitazioni ideologiche, ma che porta con sé la quotidianità, i micro-contesti, il cambiamento interiore.

La spinta istituente del cambiamento qui e ora

Capacità di aspirare perché ci si sente agenti di cambiamento, dentro di me, intorno a me, nel mondo. Penso, faccio, agisco. Istituisco il cambiamento, e cioè ne getto le fondamenta e il principio. Istituire, non istituzionalizzare: questo rifuggire a qualsiasi classificazione del Social day (alternanza scuola-lavoro? crediti formativi? volontariato?) è quanto di più anomalo, fastidioso la scuola-istituzione possa temere.
I ragazzi chiedono di dare avvio a processi, non di farsi ingabbiare da strade già scritte: sembra che quanto più le strade siano da scrivere, da incominciare, da scegliere, tanto più vengano messe in gioco passione, entusiasmo e serietà. La partecipazione incrementale a osmosi, l’assunzione di responsabilità dei giovani in maniera così radicale, investire una giornata di scuola per mettere il proprio impegno a fianco dichi lo farà a decine di migliaia di chilometri, sono tutte provocazioni molto potenti se rivolte all’abitudine tutta adulta di governare istituzionalizzando, cercando di incasellare il cambiamento per renderlo immediatamente comprensibile e – perciò – terribilmente innocuo.
Il Social day mantiene un’efficacia tutta particolare se rimane imprevisto e disordinato, se inquieta schemi e procedure. In qualche modo, si può dire che se si produce un cambiamento là dove giungono i fondi per dare avvio e sostenere i progetti scelti dai ragazzi, si cerca di agire un cambiamento anche qui, reinventando il modo di aggregarsi, di partecipare, di scegliere, di fare insieme, di essere individuali e collettivi senza rappresentanze, senza capi, senza strutture.

La leggerezza intensa degli adulti che partecipano

Con il Social day si tentano percorsi inediti di governance dei processi di partecipazione e attivazione giovanili. Si potrebbero definire tentativi di «alleggerimento» di abitudini pedagogiche cariche di strutture e regole; a sostenere l’esperienza di regole ce ne sono poche, seppure molto precise, così come le strutture, le azioni, le scelte. Complesso sì, ma non appesantito. Un grande tentativo di «sollevarsi dalla pesantezza del mondo» (9), come scriveva Calvino, per poterlo cambiare. Leggera sembra essere anche la presenza adulta in un processo che vede al centro di quei cerchi i ragazzi, una presenza non offuscata o intiepidita, ma leggera. Cosa significa e come si può tradurre? In questa esperienza gli adulti sono «leggeri» perché sono presenti in modi differenti, senza invadere: sono garanti del processo, formatori, facilitatori, educatori gli operatori che affiancano i ragazzi; sono mediatori e attivatori i docenti coinvolti; scommettono, investono, rischiano i dirigenti delle scuole partecipanti; accolgono, promuovono, ripongono fiducia le realtà ospitanti, siano negozi, aziende, enti, associazioni, parrocchie. Un mondo adulto a più dimensioni, ingaggiato per sostenere, affiancare, permettere, disporre, discutere, co-progettare, collaborare.
Il mandato è chiaro: rendere possibile, dagli adulti del potere, sostantivo, agli adulti del potere, verbo. In questa particolare leggerezza si nasconde allora un concetto di cura educativa tutto da scoprire: questi adulti praticano una leggerezza più intensa del previsto, che sembra trasmettere una bruciante passione di esistere. Perché le cose si possono vivere, sperimentare, scegliere e – soprattutto – cambiare.

Lo spazio del rischio per chi vuole educare

Per rendere possibile l’esperienza del Social day è in qualche modo necessaria un’assunzione di rischio. Nel Social day tutti rischiano un pochino: rischia la scuola, inserendo l’attività nel Piano di offerta formativa a inizio anno e perciò, di fatto,coprendo con l’assicurazione scolastica un’attività molto particolare e fuori dal comune; rischia il titolare dell’azienda, il commerciante, il genitore, il prete, l’amministratore che accoglie i ragazzi, spesso senza conoscerli; rischiano i giovani partecipanti, che si incaricano dell’amministrazione di tutta la raccolta fondi.
Questa dimensione di rischio porta con sé una cifra educativa molto precisa: chi sta al gioco del Social day è disposto a osare, a spingere abitudini, paure, reticenze qualche passo in là, ad accordare fiducia a tutti gli attori coinvolti. È disposto ad assumersi rischi, e perciò responsabilità. In un assurdo gioco di parole, l’istituzione educativa (scuola, famiglia, associazione) che oggi non sa rischiare, rischia di non educare più alla responsabilità. Attenzione, assumersi rischi non significa agire in maniera sconsiderata: significa produrre cambiamenti evolutivi nelle pieghe assicurative, nelle logiche che scaricano barili, nelle paure e ansie camuffate da regole e postille; significa tentare strade nuove, sperimentare, conoscere, fallire, in una parola: apprendere.

Le potenzialità del relativismo dei giovani

La gioventù intercettata dal Social day non sembra conoscere il nichilismo che la contraddistingue nelle parole e nelle opinioni di buona parte della sociologia contemporanea.
Forse agisce, al fondo, un ritorno delle ideologie che hanno mobilitato gli studenti quarant’anni fa? Oppure c’è qualcosa di nuovo che aggancia i ragazzi,
per un momento, consegna loro un orizzonte di senso e li fa agire nel mondo? Ma come possono essere quegli stessi ragazzi raccontati in maniera così differente? L’ipotesi è che un certo relativismo contemporaneo sia all’origine di entrambi gli immaginari, e che però non si sia colta abbastanza – se non per nulla – la potenza di questo relativismo nell’immaginario delle giovani generazioni. Altro che assenza di ideali, cinismo e utilitarismo: in gioco è la disponibilità a far uscire dalle tasche la propria verità, a condividerla con le verità altrui, a cogliere la pluralità di storie, culture, tradizioni, sguardi sul mondo. «Nella diversità, non contro la diversità… dentro l’arcobaleno della varietà umana, al centro della scala di grandezza e di valori, non in cima», in un vizio tutto occidentale di guardare al pianeta. È qui che stanno i ragazzi del Social day: conoscono il mondo, ne colgono le verità plurali e agiscono per «affermare il diritto e la volontà di condividere con gli altri la responsabilità della cultura universale», come scrive il poeta senegalese Alioune Diop.

La forza del sogno della «terra dall’ampio sguardo»

E allora non può essere un caso che il Social day sia un’esperienza profondamente europea. Nasce in Svezia, per diffondersi in tutto il Nord Europa, in Germania, nei Balcani e da qualche tempo anche qui in Italia: è la rete di Same, il movimento che raduna tutti gli action day per la solidarietà internazionale in Europa.
Non può essere un caso perché questo relativismo capace di agire nel mondo porta con sé il sogno della «terra dall’ampio sguardo» (così dice l’etimologia d’Europa), e cioè: non essere al centro, ma ricordare al pianeta che queste lande hanno conosciuto la difficile libertà del decidere insieme, hanno saputo accogliere, creare, conoscere, convivere, scoprire, hanno saputo ricominciare dall’umano, dalla sua dignità, dal suo diritto a essere felice.
Nel Social day questo sogno tenta la via della concretezza in uno scambio intenso tra i paesi, per condividere buone prassi e importare pratiche partecipative, lavorando in gruppi misti, con finalità collettive e con un pensiero a ciò che sta oltre i confini, in una logica di paziente apertura degli stessi. E in questo processo si ha la sensazione vivida di contribuire alla costruzione di un’Europa «dal basso».

“L’Europa del Social day è l’Europa che mi piace. È un mondo bellissimo che non
credevo esistesse. Se si guarda ai giornali si vede solo la crescita dei gruppi nazionalisti,
muri che si alzano e paesi che si allontanano. Non si può negare che tutto
ciò accada, è vero ma non c’è solo questo anzi, è solo una piccola parte. L’Europa
giovane è un’Europa che crede nel lavoro di gruppo, che non guarda da che Stato
provieni o come ti esprimi. Se anche il tuo inglese non è perfetto ti accetta, l’importante
è farsi capire. È una vera e propria famiglia. Ognuno ha le sue tradizioni e le
sue particolarità ma queste non sono motivo di scherno o divisione, nient’affatto.
Costituiscono un elemento di curiosità e sono rispettate. Ci si diverte assieme ma
si lavora anche tanto. Non lo si fa in camicia e cravatta, in lussuose stanze d’albergo
attorniati dai giornalisti. Ci si ritrova in ostelli economici, indossando abiti magari
trasandati e ballando tra una riunione e l’altra, ma si è super produttivi. Si riesce
a creare cose inimmaginabili persino per i più grandi imprenditori. Semplicemente
si crede nel progetto e ci si impegna come si può. È l’Europa del futuro, quella che
forse era nei pensieri più primitivi della nostra comunità ma che mai si è vista”.
(Giada)

La disponibilità di tanti a «sortirne insieme»

«Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica», scriveva don Lorenzo Milani con i ragazzi di Barbiana in Lettera a una professoressa. Il tentativo del Social day è il medesimo: si può partecipare, si può agire, si può cambiare il mondo. Numeri alla mano, è possibile. Ma non può valere una logica meramente generazionale. Non è dei giovani, questo percorso. È di tutti, e proprio perché di tutti, i giovani hanno pari dignità, nessuna minorità ma pieno diritto a esserci, qui, ora, oggi, pronti a cambiare. È la sfida della comunità locale, della comunità Italia, della comunità Europa, della comunità mondo: mettere in comune il dono reciproco del proprio impegno, della propria irriducibile presenza, un obbligo collettivo ciascuno nei confronti dell’altro, sia esso al nostro fianco, o a diecimila chilometri dalla mia porta di casa, dalla mia scuola, dalla mia vita.
Il Social day funziona perché non è l’ennesimo giocattolo, un altro «spazio dedicato», una parentesi in mezzo a miriadi di sentenze; non è gentile concessione né pacca sulla spalla. È una seria assunzione di responsabilità collettiva, che parte dalle giovani generazioni ma che abbraccia tutti, nessuno escluso.

 

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